martedì 29 maggio 2012
Carceri, Bernardini: su caso Lainà investito il Dap
Sul caso del detenuto Luigi Lainà, che oggi ha tentato il suicidio in carcere dopo aver appreso del rinvio della decisione del tribunale di sorveglianza sulla sua richiesta di detenzione domiciliare, la deputata radicale in commissione Giustizia Rita Bernardini proprio ieri aveva investito direttamente il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
“Se è vero, come sembra confermare anche il direttore, che Luigi Lainà sia stato messo in isolamento dopo aver tentato di togliersi la vita, ricordo al Dap e allo stesso direttore di Regina Coeli Mauro Mariani, che il rapporto dell’OMS sulla prevenzione del suicidio nelle carceri raccomanda espressamente di non mettere in isolamento i detenuti che abbiano tentato il suicidio”, dichiara la deputata radicale, che già diverse settimane fa ha presentato un’interrogazione ai Ministri della Giustizia e della Salute, nella quale, oltre a descrivere il gravissimo quadro clinico di Luigi Lainà – che “in sei mesi ha perso più di un quarto del suo peso corporeo, passando da 50 a 36 chili” – pone l’accento sul diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione: “un diritto inviolabile della persona umana, insuscettibile di limitazione alcuna ed idoneo a costituire un parametro di legittimità della stessa esecuzione della pena, che non può in alcuna misura svolgersi secondo modalità idonee a pregiudicare di diritto del detenuto alla salute ed alla salvaguardia della propria incolumità psico-fisica”. E ricorda inoltre la recente sentenza con cui la Corte Costituzionale ha evidenziato come “il diritto alla salute va tutelato anche al di sopra delle esigenze di sicurezza sicché, in presenza di gravi patologie, si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture”
Alla luce del drammatico gesto compiuto oggi da Luigi Lainà appare quindi ancora più urgente l’intervento sollecitato da Rita Bernardini “affinché siano adottati i provvedimenti più opportuni, per garantire che l'espiazione della pena non si traduca di fatto in una violazione dei diritti umani fondamentali” (Notizie Radicali)
Carceri, Severino: Sovraffollamento, quasi 10% detenuti in meno
La guardasigilli ha rivendicato i successi del cosiddetto decreto 'Salva-carceri', ha ricordato che nel primo trimestre del 2012 "tremila persone in meno hanno evitato il primo ingresso in carcere" per pochi giorni, in relazione al cosiddetto fenomeno delle 'porte girevoli': cioè degli arrestati che vanno ad affollare le carceri per alcune pratiche burocratiche per essere subito dopo rilasciati. Risultati positivi, ha detto ancora Severino, "sono venuti dall'innalzamento dai 12 ai 18 mesi della pena residua da scontare ai domiciliari: sono usciti in duemila, seimila erano già usciti grazie alla precendente norma Alfano".
"Una ulteriore riduzione - ha spiegato il ministro - è venuta grazie ai nuovi posti costruiti nelle carceri, quasi mille". L'effetto complessivo sul sovraffollamento, considerando che la popolazione detenuta in Italia oscilla attorno alle 66mila unità, è "quindi di una riduzione di 6mila unità, quasi il 10% in meno - ha evidenziato Severino - e questo risultato è stato raggiunto senza che le strade, come era stato paventato, si siano riempite di gente pronta a rapinare". A giudizio della guardasigilli in relazione a questi dati, "la recidiva è stata marginale".(La politicaitaliana.it)
Carceri: consigliere Sappe in sciopero fame contro Governo
venerdì 25 maggio 2012
Carceri: Fp-Cgil, vietato accesso delegazione a San Gimignano
"Siamo di fronte a un fatto gravissimo: si negano le liberta' sindacali ai lavoratori e non si riconosce a un'organizzazione il diritto sancito dalla normativa vigente di ispezionare i luoghi di lavoro del carcere. Un fatto inedito - afferma Fabrizio Fratini, Segretario Nazionale dell'Fp-Cgil - che rischia di minare la credibilita' delle istituzioni. Le carceri dovrebbero essere trasparenti, luoghi sottoposti al controllo non solo delle autorita' ma anche delle organizzazioni dei lavoratori e del mondo del volontariato. Cosi' si da' l'impressione di vivere in un sistema senza regole".
"Il fatto che si chiudano le porte di un istituto penitenziario - aggiunge Francesco Quinti, responsabile del comparto sicurezza dell'Fp-Cgil - ha implicazioni pesantissime sia dal punto di vista democratico che da quello piu' strettamente sindacale". Il governo e il ministro della Giustizia, sollecita Quinti, " dovrebbero avviare quanto prima una fase di confronto e intervenire efficacemente per allentare la crisi del sistema. Quanto al caso di San Gimignano, chiediamo che la ministra Severino e il capo del Dap Tamburino intervengano celermente per porre fine a questa vicenda incresciosa e ripristinare la legalita"'.
Ancora due suicidi in carcere, il sindacato chiede un incontro con la Severino
Un detenuto italiano di circa 50 anni si e' suicidato nel carcere di Firenze Sollicciano. E' accaduto poco dopo la mezzanotte e a darne la notizia e' il Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). L'uomo - che era in attesa di giudizio per tentata rapina e aveva gia' avuto precedenti detenzioni- si e' impiccato nel bagno della sua
cella, utilizzando un lenzuolo.
Un suicidio che segue quello di un altro detenuto avvenuto ieri a Novara e che "testimonia una volta di piu' la drammaticita quotidiana che si vive nello nostre galere, nelle quali i poliziotti penitenziari sono spesso lasciati da soli a gestire le mille criticita' e problematiche", sottolinea il segretario del Sappe Donato Capece. L'auspicio ora e' che il Ministro della Giustizia Severino incontri presto il sindacato "per affrontare insieme soluzioni ai problemi carcerari e del Corpo di PoliziaPenitenziaria".
Un altro detenuto italiano di 28 ann, intanto e' morto ieri mattina all'interno della sua cella nel carcere di Latina. Lo rende noto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni. Quello registrato ieri e' il settimo decesso dall'inizio dell'anno nelle carceri della Regione Lazio:prima di quello odierno, cinque decessi erano stati registrati a Roma ed uno a Viterbo.
Al di la' di questa tragedia, spiega Marroni, l'ennesima dall'inizio dell'annonelle carceri della Regione, mi preoccupa la situazione della struttura di Latina. Un carcere con evidenti problemi strutturali aggravati dalle gravi carenze di organico della polizia penitenziaria e, soprattutto da un sovraffollamento record: oggi i detenuti erano 193 a fronte di una capienza regolamentare di 86 posti. Da mesi il saldo fra chi entra e chi esce dal carcere e' negativo e, ormai da giorni, unaventina di detenuti devono dormire per terra per mancanza di spazi. In queste condizioni diventa problematico non solo salvare vite, ma anche garantire condizioni minime di vivibilita'".
Per denunciare la grave situazione, il personale della Polizia Penitenziaria del reparto di Lamezia Terme ha deciso di effettuare l'astensione dalla consumazione dei pasti dalla mensa obbligatoria di servizio "per protestare contro le gravi criticita' in cui e' chiamato a svolgere la propria attivita' - denuncia il Sappe - che lo costringe tra l'altro a effettuare, ormai da due mesi, un servizio di piantonamento di un detenuto in una struttura sanitaria senza la possibilita' di consumare il pranzo e lacena e con l'organizzazione di turni di servizio di quasi nove ore". (Rainews24.it)
Detenuto muore in carcere a Latina
Un detenuto italiano di 28 anni è morto ieri mattina all' interno della sua cella nel carcere di Latina. Lo ha reso noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. «Quello registrato è il settimo decesso dall' inizio dell' anno nelle carceri della Regione: prima cinque morti erano stati registrati a Roma ed uno a Viterbo», ha aggiunto il Garante. Secondo il quale il giovane, originario di Gaeta e con problemi legati all' uso di droga, era stato arrestato il giorno precedente per il furto di un portafogli e trasferito in serata nel penitenziario. Subito dopo l' ingresso in carcere, aveva accusato dei dolori ad un fianco, era stato visitato e gli era stato somministrato un antidolorifico. (Corriere della Sera)
Immigrazione: Desi Bruno; i Cie sono un fallimento, puntare sui rimpatri volontari
Inutile per l’identificazione e inefficace per le espulsioni, l’esperimento Cie è fallito. Dopo la visita in via Mattei e l’udienza conoscitiva in Comune, la garante regionale parla della necessità di “superare” il Cie. “Ma intanto va ridotta la tensione”
Il Cie è un esperimento fallito: inutile per l’identificazione e inefficace per l’espulsione. Lo ha detto Desi Bruno, garante regionale per i diritti dei detenuti, durante l’udienza conoscitiva in Comune sulla situazione del Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei.
“In tempi in cui le risorse pubbliche sono sempre piu’ scarse, questa struttura appare del tutto inadeguata - ha detto Bruno - Si dovrebbe operare piuttosto con le forme di rimpatrio volontario assistito nei tempi più appropriati, destinando a questi i fondi disponibili”. L’obiettivo è dunque il “superamento” del Cie ma nel frattempo ha sottolineato la garante va ridotto il livello di tensione all’interno della struttura.
Va in questa direzione il Protocollo d’intesa approntato dalla garante e dal difensore civico con la Prefettura di Bologna per la riapertura di uno sportello di informazione giuridico-legale (era attivo fino al 2010), utile a garantire i diritti di chi è rinchiuso. Si punta ad aprirne uno anche nel Cie di Modena.
Calano le presenze. Desi Bruno ha visitato la struttura di via Mattei lo scorso martedì. A fronte di una capienza di 95 posti (50 nel settore maschile e 45 in quello femminile), erano 60 gli stranieri reclusi. Un calo progressivo delle presenze che, afferma la garante, “rafforza gli interrogativi sul significato di queste strutture nelle quali, in certi casi, con proroghe reiterate, la detenzione si protrae fino al limite massimo di 18 mesi, senza che si compia l’identificazione”.
Solo la metà di chi è passato nel Cie di Bologna nel corso del 2011 è stato effettivamente espulso. “Molte persone arrivano senza documenti e non c’è uno Stato che possa riconoscerle - continua Bruno - Ci sono poi molti ex detenuti che hanno scontato la loro pena e dovrebbero essere espulsi senza dover essere reclusi in un’altra struttura ed è alto il numero di chi non ha commesso alcun reato ma è semplicemente senza permesso di soggiorno o con permesso di soggiorno scaduto”.
Preoccupazione per il nuovo gestore. Dal primo agosto, il Cie di via Mattei sarà gestito dal Consorzio siciliano Oasi (che già gestisce il Cie di Trapani) che ha vinto una gara al massimo ribasso espletata dal ministero dell’Interno. Con la nuova gestione si passerà da 70 euro al giorno a persona a 28,5 e, sottolinea Desi Bruno, “è facile prevedere effetti molto negativi per un centro di piccole dimensioni come quello di Bologna”. La preoccupazione principale della garante è che “si vada verso la compressione o, peggio, la soppressione delle presenze di medici, mediatori culturali, psicologi, producendo un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita di chi è rinchiuso in queste strutture”.
Il Cie è un esperimento fallito: inutile per l’identificazione e inefficace per l’espulsione. Lo ha detto Desi Bruno, garante regionale per i diritti dei detenuti, durante l’udienza conoscitiva in Comune sulla situazione del Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei.
“In tempi in cui le risorse pubbliche sono sempre piu’ scarse, questa struttura appare del tutto inadeguata - ha detto Bruno - Si dovrebbe operare piuttosto con le forme di rimpatrio volontario assistito nei tempi più appropriati, destinando a questi i fondi disponibili”. L’obiettivo è dunque il “superamento” del Cie ma nel frattempo ha sottolineato la garante va ridotto il livello di tensione all’interno della struttura.
Va in questa direzione il Protocollo d’intesa approntato dalla garante e dal difensore civico con la Prefettura di Bologna per la riapertura di uno sportello di informazione giuridico-legale (era attivo fino al 2010), utile a garantire i diritti di chi è rinchiuso. Si punta ad aprirne uno anche nel Cie di Modena.
Calano le presenze. Desi Bruno ha visitato la struttura di via Mattei lo scorso martedì. A fronte di una capienza di 95 posti (50 nel settore maschile e 45 in quello femminile), erano 60 gli stranieri reclusi. Un calo progressivo delle presenze che, afferma la garante, “rafforza gli interrogativi sul significato di queste strutture nelle quali, in certi casi, con proroghe reiterate, la detenzione si protrae fino al limite massimo di 18 mesi, senza che si compia l’identificazione”.
Solo la metà di chi è passato nel Cie di Bologna nel corso del 2011 è stato effettivamente espulso. “Molte persone arrivano senza documenti e non c’è uno Stato che possa riconoscerle - continua Bruno - Ci sono poi molti ex detenuti che hanno scontato la loro pena e dovrebbero essere espulsi senza dover essere reclusi in un’altra struttura ed è alto il numero di chi non ha commesso alcun reato ma è semplicemente senza permesso di soggiorno o con permesso di soggiorno scaduto”.
Preoccupazione per il nuovo gestore. Dal primo agosto, il Cie di via Mattei sarà gestito dal Consorzio siciliano Oasi (che già gestisce il Cie di Trapani) che ha vinto una gara al massimo ribasso espletata dal ministero dell’Interno. Con la nuova gestione si passerà da 70 euro al giorno a persona a 28,5 e, sottolinea Desi Bruno, “è facile prevedere effetti molto negativi per un centro di piccole dimensioni come quello di Bologna”. La preoccupazione principale della garante è che “si vada verso la compressione o, peggio, la soppressione delle presenze di medici, mediatori culturali, psicologi, producendo un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita di chi è rinchiuso in queste strutture”.
Teramo: processo per “pestaggio” detenuto, secondo appello contro l’archiviazione
Seconda richiesta d’archiviazione per il caso Castrogno e seconda richiesta d’opposizione. A chiedere al giudice di non archiviare è l’avvocato Filippo Torretta, legale di Mario Lombardi, il detenuto che ha accusato di essere stato pestato in carcere.
Va detto che Lombardi, finito a processo con l’accusa di lesioni e resistenza ad un agente di polizia penitenziaria, è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’uomo, che nel frattempo ha finito di scontare la pena ed è uscito dal carcere, ha sempre sostenuto di essere stato picchiato dagli agenti come atto di ritorsione proprio per la sua resistenza nei confronti di un poliziotto.
Dopo le nuove indagini disposte dal gip Marina Tommolini, il procuratore Gabriele Ferretti e il pm Irene Scordamaglia nei mesi scorsi hanno firmato la richiesta d’archiviazione dell’inchiesta aperta sul pestaggio di un recluso e sull’audio shock con la frase “un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto”.
Nella richiesta, che riguarda l’ex comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Luzi e cinque agenti, i magistrati sottolineano e rimarcano più volte l’impossibilità di poter dimostrare i fatti anche per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario. La stessa cosa aveva sottolineato il pm David Mancini (all’epoca dei fatti in servizio a Teramo e ora all’Aquila) nella prima richiesta d’archiviazione.
Richiesta a cui si era sempre opposto Lombardi. “La frattura della costola del Lombardi”, scrive Torretta nella richiesta di opposizione, “è assolutamente compatibile, anche cronologicamente, con la denunciata aggressione subita il 22 settembre del 2009”. A questo proposito il legale fa riferimento ad una serie di valutazioni messe nero su bianco dai consulenti medici, tra cui quella della procura, che certificherebbero la compatibilità delle lesioni riportate dall’uomo con i vari riscontri effettuati di volta in volta.
Va detto che Lombardi, finito a processo con l’accusa di lesioni e resistenza ad un agente di polizia penitenziaria, è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’uomo, che nel frattempo ha finito di scontare la pena ed è uscito dal carcere, ha sempre sostenuto di essere stato picchiato dagli agenti come atto di ritorsione proprio per la sua resistenza nei confronti di un poliziotto.
Dopo le nuove indagini disposte dal gip Marina Tommolini, il procuratore Gabriele Ferretti e il pm Irene Scordamaglia nei mesi scorsi hanno firmato la richiesta d’archiviazione dell’inchiesta aperta sul pestaggio di un recluso e sull’audio shock con la frase “un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto”.
Nella richiesta, che riguarda l’ex comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Luzi e cinque agenti, i magistrati sottolineano e rimarcano più volte l’impossibilità di poter dimostrare i fatti anche per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario. La stessa cosa aveva sottolineato il pm David Mancini (all’epoca dei fatti in servizio a Teramo e ora all’Aquila) nella prima richiesta d’archiviazione.
Richiesta a cui si era sempre opposto Lombardi. “La frattura della costola del Lombardi”, scrive Torretta nella richiesta di opposizione, “è assolutamente compatibile, anche cronologicamente, con la denunciata aggressione subita il 22 settembre del 2009”. A questo proposito il legale fa riferimento ad una serie di valutazioni messe nero su bianco dai consulenti medici, tra cui quella della procura, che certificherebbero la compatibilità delle lesioni riportate dall’uomo con i vari riscontri effettuati di volta in volta.
Oristano: nuovo carcere resta chiuso, mancano lavori finitura e ditta appaltatrice è in crisi
La Nuova Sardegna, 24 maggio 2012
Sono rimasti chiusi i cancelli del nuovo carcere di Massama. All’interno della struttura realizzata a ridosso della piccola frazione di Oristano non c’è anima viva. Da alcuni giorni sono spariti anche quei pochi operai scampati ai drastici tagli imposti dalla grave crisi finanziaria della società costruttrice. Chi sperava nell’avvio dei primi trasferimenti dal vecchio carcere di piazza Manno è rimasto deluso.
Se tutto andrà bene si muoverà qualcosa solo in giugno. Le recenti parole del ministro della Giustizia, Paola Severino, sono rimaste lettera morta. Nel corso della sua visita in Sardegna aveva infatti annunciato come imminente l’apertura del nuovo carcere di Massama.
Già lunedì - aveva ribadito il Guardasigilli - ci sarebbe stato il passaggio di consegne della nuova struttura carceraria. Una semplice formalità - secondo i più esperti - quella della cessione del carcere dal provveditorato Opere pubbliche del ministero delle Infrastrutture al ministero della Giustizia. Forse il ministro, durante la sua visita nell’isola, si riferiva soltanto alla firma di quest’atto? Quel che è certo è che la giornata di ieri non ha portato alcuna novità a Oristano. Come si sa da tempo, infatti, il nuovo carcere di Massama non è stato completato del tutto. Mancano ancora dettagli importanti che non possono essere certo risolti in una mattina.
Oltre all’allaccio dell’energia elettrica, mancano ancora tutti i collaudi, compreso l’allaccio del depuratore agli scarichi della rete fognaria del capoluogo provinciale. Non solo, ci sono da sistemare tutti gli arredi delle celle e anche di qualche ufficio. Solo dopo potrà essere avviato il relativo trasferimento dal carcere di piazza Manno. Non sarà cosa facile se si pensa che quella obsoleta struttura è in funzione da ben cento anni. Da indiscrezioni si è saputo che ieri mattina nella casa circondariale ci sarebbe stato un vertice al quale avrebbero partecipato il direttore Pier Luigi Farci, i responsabili della polizia penitenziaria e del settore amministrativo. Oggetto dell’incontro la predisposizione dell’avvio dei trasferimenti. Tutto sarebbe pronto, quindi, ma è chiaro che gli aspetti logistici sono legati al completamento della struttura di Massama. Il nuovo carcere è costato oltre 40 milioni di euro, sorge su una superficie di 223mila metri quadrati e sarà in grado di ospitare oltre 250 detenuti.
Per farlo funzionare a pieno regime occorreranno non meno di 150 agenti della polizia penitenziaria. Attualmente nel vecchio penitenziario di piazza Manno quelli disponibili non arrivano neppure a cento. Pensare a nuove assunzioni o ai trasferimenti da altre carceri della penisola è almeno per ora fuori luogo. Il vecchio carcere, l’ex reggia di Eleonora D’Arborea, rimane ancora occupato. Solo quando il ministero restituirà la struttura alla Regione il Comune potrà avviare l’iter di acquisizione
Oltre all’allaccio dell’energia elettrica, mancano ancora tutti i collaudi, compreso l’allaccio del depuratore agli scarichi della rete fognaria del capoluogo provinciale. Non solo, ci sono da sistemare tutti gli arredi delle celle e anche di qualche ufficio. Solo dopo potrà essere avviato il relativo trasferimento dal carcere di piazza Manno. Non sarà cosa facile se si pensa che quella obsoleta struttura è in funzione da ben cento anni. Da indiscrezioni si è saputo che ieri mattina nella casa circondariale ci sarebbe stato un vertice al quale avrebbero partecipato il direttore Pier Luigi Farci, i responsabili della polizia penitenziaria e del settore amministrativo. Oggetto dell’incontro la predisposizione dell’avvio dei trasferimenti. Tutto sarebbe pronto, quindi, ma è chiaro che gli aspetti logistici sono legati al completamento della struttura di Massama. Il nuovo carcere è costato oltre 40 milioni di euro, sorge su una superficie di 223mila metri quadrati e sarà in grado di ospitare oltre 250 detenuti.
Per farlo funzionare a pieno regime occorreranno non meno di 150 agenti della polizia penitenziaria. Attualmente nel vecchio penitenziario di piazza Manno quelli disponibili non arrivano neppure a cento. Pensare a nuove assunzioni o ai trasferimenti da altre carceri della penisola è almeno per ora fuori luogo. Il vecchio carcere, l’ex reggia di Eleonora D’Arborea, rimane ancora occupato. Solo quando il ministero restituirà la struttura alla Regione il Comune potrà avviare l’iter di acquisizione
Gorizia: emergenza sanitaria in carcere, casi di epatite e tubercolosi
È emergenza sanitaria al carcere di Gorizia. Tra le innumerevoli cose che non funzionano, alla casa circondariale di via Barzellini, c’è anche il sistema di assistenza sanitaria, in una struttura che è interessata anche da patologie importanti quali epatite e tubercolosi. A differenza di quanto avviene in tutta Italia, in Friuli Venezia Giulia le carceri non sono ancora automaticamente coperte dal servizio sanitario regionale.
Meglio, lo dovrebbero essere, visto che non molto tempo fa in Regione era stato approvato un ordine del giorno che doveva sistemare questa anomalia, ma a quanto pare l’ultimo passo non è ancora stato fatto. A rendersene conto sono stati ieri mattina il consigliere regionale di Rc Roberto Antonaz ed il consigliere comunale di Gorizia della Federazione della Sinistra Roberto Criscitiello, in visita in via Barzellini. Dalla direttrice della casa circondariale Irene Iannucci, hanno appreso notizie inquietanti. “Ci è stato riferito che la copertura sanitaria non è ancora stata applicata - spiega Antonaz, e che di conseguenza il carcere è costretto a ricorrere di volta in volta a delle convenzioni con professionisti che arrivano dall’esterno. Ci pare una soluzione assolutamente assurda, anche perché la situazione sanitaria è piuttosto seria: pur senza scendere nei dettagli la direzione ha parlato di casi di epatite, forse anche legati al fatto che spesso si tratta di tossicodipendenti, mentre in passato alcuni detenuti si erano ammalati di tubercolosi”.
Come se non bastasse, del tutto insufficiente è anche il supporto psicologico, dato che solo per 12 ore al mese, e per tutti i 42 detenuti, è a disposizione uno psicologo. Praticamente nulla. Ma accanto alle consuete - e preoccupate - constatazioni sulle condizioni fatiscenti del carcere, dalla visita di Antonaz e Criscitiello in via Barzellini è emerso un ulteriore dato preoccupante. La cifra definitiva in arrivo da Roma per i lavori di sistemazione della vecchia struttura si fermerebbe a un milione di euro (del tutto insufficiente, utile al massimo a riparare il tetto), ed al momento non vi sarebbe nemmeno un progetto preliminare. I tempi per l’attuazione dei lavori sono dunque, presumibilmente, ancora molto lunghi.
Come se non bastasse, del tutto insufficiente è anche il supporto psicologico, dato che solo per 12 ore al mese, e per tutti i 42 detenuti, è a disposizione uno psicologo. Praticamente nulla. Ma accanto alle consuete - e preoccupate - constatazioni sulle condizioni fatiscenti del carcere, dalla visita di Antonaz e Criscitiello in via Barzellini è emerso un ulteriore dato preoccupante. La cifra definitiva in arrivo da Roma per i lavori di sistemazione della vecchia struttura si fermerebbe a un milione di euro (del tutto insufficiente, utile al massimo a riparare il tetto), ed al momento non vi sarebbe nemmeno un progetto preliminare. I tempi per l’attuazione dei lavori sono dunque, presumibilmente, ancora molto lunghi.
Latina: detenuto di 28 anni ritrovato morto in cella, indagini in corso su cause decesso
Sono in corso le verifiche della polizia giudiziaria sul decesso di un giovane avvenuto oggi nella casa circondariale di Latina. La chiamata da via Aspromonte alla sala operativa del 118 è arrivata attorno alle 12. Inutili i soccorsi dei sanitari per il detenuto, un giovane di 28 anni. La salma, intanto, è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria per accertare le cause del decesso.
Novara: detenuto di 42 anni si strangola con il cordino della tuta legato alla branda
Si è tolto la vita la scorsa notte, nella sua cella nel carcere di Novara, Calogero Costa, l’uomo di 42 anni di Borgo Ticino che lunedì aveva accoltellato il figlioletto di nove anni e poi aveva cercato di uccidersi. Costa - da quanto è trapelato - si è tolto il cordino che sostiene i pantaloni della tuta, se l’è stretto attorno al collo e poi ha legato l’altro capo alla brandina.
Si è quindi lasciato cadere per terra. Il figlio, ricoverato in ospedale dopo il ferimento, è tuttora in prognosi riservata. Il bambino ha reagito bene sia al lungo intervento chirurgico cui è stato sottoposto, sia alle altre cure. Oggi pomeriggio verrà risvegliato dal coma farmacologico che era stato indotto e i sanitari, pur sottolineando che le sue condizioni restano critiche, manifestano un cauto ottimismo. Il ferimento del bambino è avvenuto lunedì pomeriggio a Borgo Ticino.
Costa, che non aveva superato la separazione dalla moglie, era con il figlio più piccolo e, probabilmente dopo aver assunto alcol e cocaina, ha colpito più volte il bambino, al petto e all’addome. Poi ha aperto il rubinetto del gas e infine ha rivolto il coltello contro di sé. Proprio l’odore del gas ha insospettito un vicino che ha dato subito l’allarme. È stato così possibile salvare la vita del bambino. Costa aveva riportato lievi ferite, tanto da essere dimesso già poche ore dopo il fatto dall’ospedale di Borgomanero dove era stato portato inizialmente: condotto in carcere era in isolamento. Ieri pomeriggio era stato condotto all’ospedale di Novara per una breve visita e poi riportato in carcere.
Si è quindi lasciato cadere per terra. Il figlio, ricoverato in ospedale dopo il ferimento, è tuttora in prognosi riservata. Il bambino ha reagito bene sia al lungo intervento chirurgico cui è stato sottoposto, sia alle altre cure. Oggi pomeriggio verrà risvegliato dal coma farmacologico che era stato indotto e i sanitari, pur sottolineando che le sue condizioni restano critiche, manifestano un cauto ottimismo. Il ferimento del bambino è avvenuto lunedì pomeriggio a Borgo Ticino.
Costa, che non aveva superato la separazione dalla moglie, era con il figlio più piccolo e, probabilmente dopo aver assunto alcol e cocaina, ha colpito più volte il bambino, al petto e all’addome. Poi ha aperto il rubinetto del gas e infine ha rivolto il coltello contro di sé. Proprio l’odore del gas ha insospettito un vicino che ha dato subito l’allarme. È stato così possibile salvare la vita del bambino. Costa aveva riportato lievi ferite, tanto da essere dimesso già poche ore dopo il fatto dall’ospedale di Borgomanero dove era stato portato inizialmente: condotto in carcere era in isolamento. Ieri pomeriggio era stato condotto all’ospedale di Novara per una breve visita e poi riportato in carcere.
mercoledì 23 maggio 2012
Lettera aperta del coordinatore nazionale dei Garanti dei detenuti:" Digiuno contro la tragedia quotidiana delle carceri italiane"
LETTERA APERTA AI GARANTI, AL VOLONTARIATO, ALLE ASSOCIAZIONI DI IMPEGNO CIVILE E SOCIALECare amiche e cari amici, ho meditato a lungo e con insistenza. Alla fine mi sono convinto, senza incertezze, che non possiamo più continuare ad accettare che di fronte alla tragedia quotidiana che vive il carcere, si persegua una gestione rassegnata e contrassegnata dal tratto della normale amministrazione, quando la situazione è davvero insostenibile e richiede un cambio di passo visibile, una discontinuità profonda. Insomma il tempo è della riforma. Senza incertezze.
In occasione della Festa della Polizia Penitenziaria il Presidente Napolitano è tornato sul tema del sovraffollamento che quasi un anno fa aveva definito di “prepotente urgenza” e ha chiesto al Parlamento e al Governo di superare la paralisi che determina una condizione contro la Costituzione e la legge, attraverso “nuove e coraggiose soluzioni strutturali e gestionali”.Il Presidente del Senato Schifani annuncia un’altra sessione straordinaria di Palazzo Madama sulle carceri.
Il Presidente della Camera Fini suggerisce la strada della depenalizzazione e la scelta di privilegiare l’adozione di misure alternative.
Di fronte a queste intenzioni tocca a noi, sì a noi, non lasciarle cadere e chiedere decisioni coerenti.
Purtroppo la ministra Severino propone misure modeste come il disegno di legge sulle pene detentive non carcerarie e la messa alla prova e insiste con la scelta di un Piano carcere che prevede programmi di edilizia inutile e dannosa. Carceri nuovi enormi dove non servono e padiglioni brutti e non funzionali,che ad esempio a Rebibbia stravolgerebbe l’opera dell’architetto Lenci.
Le idee non mancano.
1. Ho avuto modo di esprimere con chiarezza, magari ossessiva, al CSM, al Presidente della Repubblica, al ministro Riccardi, ai vertici del Dap che il nodo, il clou, la ragione della bulimia carceraria è determinata dalla legge sulla droga, quella del 1990 aggravata dalla modifica ideologica e ancor più punitiva realizzata con un vulnus costituzionale nel 2006.
E’ questa la legge che provoca il maggiore afflusso in carcere. Il 33% degli ingressi in carcere è relativo alla violazione dell’art. 73 (detenzione e spaccio); nel 2011 ben 22.677 consumatori e piccoli spacciatori sono stati colpiti e una alta percentuale è ristretta per fatti di lieve entità come previsto dal quinto comma ma con pene da uno a sei anni di carcere.
Occorre dunque interrompere il flusso di entrata oltre che liberare dalle catene i tossicodipendenti che rappresentano un’altra alta quota di vittime sull’altare della disumanità dell’ossessione securitaria.
La proposta di legge dell’on. Cavallaro (Atto Camera 4871 del 10.01.12) è lo strumento per affrontare efficacemente la questione. Al Senato lo stesso testo è stato presentato dai senatori Ferrante e Della Seta (Atto Senato 2798 del 28.06.11). Si prevede l’istituzione di un reato autonomo della detenzione di sostanze stupefacenti nella modalità della lieve entità oggi configurata come semplice attenuante con una pena da sei mesi a tre anni che eviterebbe l’ingresso in carcere e la possibilità di misure alternative. L’iter potrebbe essere rapido se queste e le altre norme previste venissero inserite nel disegno di legge governativo già in discussione (Atto Camera 5019).
Marco Pannella invoca da tempo un provvedimento di amnistia come risposta alla crisi della giustizia; le obiezioni contro un provvedimento liquidato sbrigativamente come una inaccettabile clemenza e la asserita assenza di volontà politica ampia (una maggioranza dei due terzi del Parlamento) devono far trovare comunque una risposta.
Mi sento di proporre un provvedimento mirato, cioè una amnistia limitata ai fatti relativi al quinto comma dell’art. 73 del Dpr 309/90 che inciderebbe sulle presenze in carcere e sarebbe contestuale alla modifica della legge.
2. Ho aderito all’Appello per l’introduzione del reato di tortura nel Codice Penale la cui approvazione richiederebbe poco tempo da parte del Parlamento ma avrebbe un grande valore simbolico rispettando la Costituzione e la Convenzione dell’Onu che l’Italia disattende da 25 anni e un senso pratico di ripulsa di una lunga teoria di violenze dello Stato sempre impunite. Questa campagna lanciata da Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, si deve accompagnare alla ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura (OPCAT). L’Italia ha firmato il Protollo nel 2003 ma non lo ha mai ratificato contrariamente alla quasi totalità dei Paesi dell’Unione Europea. L’Italia non ha quindi alcun rappresentante nell’Organismo di Ginevra che prevede un potere ispettivo a livello globale. La firma del Protocollo obbligherebbe anche l’Italia a istituire la figura del garante nazionale dei diritti dei detenuti ed è una ragione in più per adempiere a un dovere colpevolmente disatteso. Mauro Palma ha scritto al Ministro Terzi per sollecitare una decisione nel gennaio scorso ma nulla si è mosso.
3. Abbiamo chiesto al nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino di scegliere come priorità l’applicazione del Regolamento del 2000 non solo per migliorare la vivibilità quotidiana nelle carceri ma per indicare la strada maestra della Riforma; attendiamo con fiducia l’istituzione di un Tavolo di confronto e di iniziativa che inizi dall’abbandono della via del cemento.
Che fare dunque? Che tipo di mobilitazione va inventata? Confesso di non avere una risposta certa. Per aiutarmi a pensare da domani inizio un digiuno per alcuni giorni, sperando che si formi una catena che veda impegnati garanti e esponenti del volontariato e delle associazioni con l’obiettivo di mettere fine a una violenza silenziosa.
Non possiamo essere corresponsabili, neppure per omissione.
Le prossime ore e i prossimi giorni devono vederci impegnati a trovare forme originali di denuncia e di proposta. Forse occorre più fantasia, più spregiudicatezza, ma non si può stare fermi e muti neppure un minuto di più.
Franco Corleone
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